30
Ott
Bevo Jagermeister perché... Fortuna Pellegrini

Fortuna Pellegrini, bevo Jagermeister perché…

“Bevo Jägermeister perché…”. Completato da una battuta, questo slogan caratterizzò la campagna pubblicitaria che, negli anni Settanta, lanciò il Italia questo amaro tedesco a base di erbe. In ogni inserzione c’era in primo piano un personaggio con in una mano la bottiglia e nell’altra il bicchierino che pronunciava una battuta che cominciava sempre con “Bevo Jägermeister perché…”.

Nella foto Fortuna Pellegrini testimonial, all’epoca 1982, con altri mille personaggi della storica campagna pubblicitaria anni ’70 e ’80 per il lancio dell’amaro Jagermeister in Italia.
La fantasia dei pubblicitari fu aiutata da un concorso che invitava il pubblico ad inviare frasi, le più divertenti delle quali vennero pubblicate. La pagina dell’inserzione era completata dallo slogan: “Amaro Jägermeister. Costa un po’ di più, piace un po’ di più” e, in alto, dal progressivo (”Di tutti il duecentosessantanovesimo”, “Di tutti, la seicentocinquantasettesima”, eccetera).

La semplicità delle migliaia di inserzioni pubblicitarie pubblicate negli anni riuscì a imprimersi nella memoria di milioni di italiani che ancora ricordano la pubblicità con affetto e nostalgia. A distanza di anni rappresenta anche un interessante spaccato della società italiana dell’epoca, con le prime ragazze punk (“Bevo Jägermeister perché meglio tinta che tonta”) ed i primi ecologisti (“Bevo Jägermeister perché anche questo Natale sotto l’albero ho trovato le radici”).”

La storia di “Bevo Jagermeister perché”

La campagna l’ha inventata Wolf Rogosky alla GGK di Düsseldorf, e la frase non era Così fan tutti ma Einer für alle, uno per tutti. Quando Karl Schmid, l’importatore di Merano, mise in gara l’agenzia milanese GGK per la pubblicità in Italia, Hans Suter (coordinatore della campagna) stabilì che fosse necessario ispirarsi lontano dall’ufficio, in un ritiro spirituale adatto alla concentrazione.

Fece prenotare tre camere all’Hotel Danieli di Venezia, più una quarta da usare per le riunioni di lavoro. Il compianto Enzo Baldoni faceva parte del gruppo e, poichè non era mai stato in un albergo di lusso e si sentiva in colpa, continuava a dire che avrebbe preferito dormire in un sacco a pelo sulla riva degli Schiavoni, lì davanti. Alla fine della settimana lagunare, il gruppo di lavoro stabilì che non c’era bisogno di inventare nulla di nuovo, essendo il format tedesco così perfetto da potersi adattare benissimo in Italia, con una serie di annunci creati ad hoc.

La gara fu vinta e i periodici italiani, a cominciare da L’Espresso e Panorama, cominciarono a esibire una inesauribile galleria di personaggi che bevevano Jägermeister perché. «Bevo Jägermeister perché l’ultima cassaforte che ho svaligiato era piena di bottiglie di Jägermeister», «Bevo Jägermeister perché è ora di finirla col sesso debole», «Bevo Jägermeister perché oggi ho venduto il mio primo aspirapolvere. A mia moglie», e via di questo passo.

Per quei ritratti Fritz Tschirren (art director della campagna) reclutava facce dappertutto. Fissava appuntamenti nello studio del fotografo Jean-Pierre Maurer (l’art buyer che ha lavorato con Maurer per la ricerca dei soggetti era Giusi D’orsi), elvetico anche lui, e, dopo la prestazione, ogni testimonial si vedeva consegnare la cifra di ventimila lire.

Facebook: Bevo Jagermeister perché

Ecco la pagina Facebook: Bevo Jägermeister perché… che raccoglie i soggetti della gloriosa campagna dell’Amaro Jägermeister realizzata negli anni settanta dall’agenzia milanese GGK.

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